Karma e sangue freddo: si rinasce nel Buddhismo?

please-recycleIl concetto di rinascita potrebbe, non c’è certezza in un senso o l’altro,  essere stato ereditato dal buddhismo. Non sappiamo se è accettato dal Buddha perché lui non ha scritto nulla. Quindi noi possiamo tentare di “estrarre” la sua dottrina dalla ricorrenza e la coerenza nei testi. E per esempio nel Canone Pali non c’è una stingente coerenza su karma e rinascita. Mentre c’è una certa coerenza tra karma e conseguenze presenti.

Detto questo, gli indiani del periodo vedico e post-vedico erano terrorizzati come noi dalla morte, e non sapevano dove andassero dopo. Il loro primo sistema binario di regno celeste ha influenzato tutto il resto. Nel senso che una volta andati nell’al di là (uno per tutti: buoni e cattivi) si chiesero da dove venissero le nuove nascite. Allora pensarono che si potesse morire nell’al di là e tornare nell’al di qua. E così all’infinito.
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Nel Buddhismo esiste l’affetto e l’attaccamento?

bambino-separazione-1La risposta breve è sì, perché quello che noi chiamiamo attaccamento non è l’attaccamento del buddhismo. E quando un buddhista dice di non attaccarsi a una persona, non dice che è sbagliato instaurare una relazione di affetto.

La risposta lunga che spiega meglio la questione eccola:
Il buddhismo ruota intorno a tre concetti: sofferenza (dukkha), impermanenza (anicca) e non-sé (anatta).

Impermanenza vuol dire che tutto muta: il mondo, gli altri, noi.
dal momento che mutiamo anche noi, la nostra identità non è monolitica e fissa ma risente del contesto, un po’ come l’acqua e la forma del contenitore che la ospita. Quest’ultimo è il non-sé, cioè bisogna mutare e si muta nonostante la nostra volontà in base al contesto e ai cambiamenti.
come si legano queste due cose con la sofferenza? Continua a leggere

Vipassana: un atteggiameto costruttivo?

RainNo, perché potremmo dire che decostruiamo l’esperienza del sé o identitaria, seguendo la teoria buddhista del Non-Sé, quella che in lingua pali è racchiusa nel termine Anatta. Decostruiamo quelle che Robinson chiama utili convenzioni sociali, cioè le sovrastrutture mentali grazie alle quali decodifichiamo il mondo. Decostruiamo la relazione tra noi e la sofferenza mentale per avere con essa un rapporto migliore e più accogliente per avere informazioni utili per gestirla e magari eliminarla, come ha fatto il Buddha.

Ma un rapporto migliore vuol dire anche costruire, quindi se prima abbiamo dato un NO, ora dobbiamo investigare il SI. E non sono pochi. Costruiamo un sentiero liberante dalla sofferenza, una buona relazione con il fatto che tutto sia fluido e nulla rimane com’è e soprattutto come vorremmo. Continua a leggere

Perché il presente aumenta la responsabilità?

Cats_atthe_BeachTempo fa al Centro Meditazione Roma, dove curo corsi di meditazione buddhista con un amico e psicologo molto preparato, ho raccontato dell’esercizio che faccio tutti i giorni quando cammino per andare a lavoro. Quando i pensieri partono in automatico e me ne accordo, li riporto alla presenza mentale. A questo punto questa costruzione di pensieri e idee strampalati crolla senza macerie e mi ritrovo a vedere vera strada, a sentire il traffico e i rumori, il fresco o il caldo dell’aria; ritorno al presente.

Pochi giorni fa mi trovavo sulla spiaggia, nella prima domenica di sole quasi primaverile. Un ottimo clima per la proliferazione mentale e il pensiero ruminante, quello che la tradizione chiama mente di scimmia, cioè la mente che si lancia con abilità da un pensiero all’altro, senza nessun fine, se non quello di evitare il presente. Molto suadente quanto infruttuoso, perché un po’ è vivere sulle idee e il pensiero invece di godersi l’infinità possibilità del presente. Continua a leggere

Shikantaza, Sé, Vuoto, Tempo e Particelle Subatomiche

particelle_subatomiche_8513Pochi giorni sono passati da una intensa seduta di meditazione, solo 40 minuti. Molto proficui. Spesso leggiamo manuali anche minuziosi su vipassana e samatha, mentre i testi zen sulla shikantaza rimangono un po’ sospesi, descrivendo più i benefici e spesso con un linguaggio sfuggente. Ovviamente il perché risiede nel fatto che noi siamo esseri sfuggenti, se non lo fossimo, non ci sfuggirebbe mai di mano il motivo della nostra sofferenza esistenziale. Dopo 20 minuti un primo insight, o meglio mi si è chiarito meglio il rapporto tra shikantaza e altre tecniche meditative: la shikantaza che non ha oggetto di meditazione ma è semplicemente “stare seduti”, cioè dare libero compimento al fatto che esistiamo nel qui e ora, di fatto è una tecnica che utilizza samatha e vipassana allo stesso tempo. Più approfondiamo la concentrazione, e invece di focalizzarci su una cosa per restringere l’analisi dell’esperienza, apriamo di più il nostro raggio fino a includere tutta l’esperienza percettibile (per quanto è possibile). Il “non-oggetto” di meditazione (ora parlo anche io in modo sospeso e sibillino come il buon zen insegna) è il processo attentivo stesso. Da qui una serie di insight progressivi, che per semplificare enumererò: Continua a leggere

Dogen, meditazione e un mio insight

dogenPresso il Centro Meditazione Roma, ieri sera ho avuto un insight.

Praticavo i 40 minuti di inizio seduta di vipassana, la meditazione di visione profonda della tradizione buddhista.
Ho spontaneamente portato l’attenzione dal respiro alla presenza mentale stessa, cioè non all’oggetto di coscienza ma alla coscienza stessa (per quanto possibile). Ho di fatto aperto l’esperienza al qui e ora. Questa è una della modalità della vipassana, e diciamo la caratteristica della shikantaza di tradizione soto zen.

Al che mi è tornata alla mente la frase “lasciare cadere corpo e mente” scritta nello Shobogenzo dal grande monaco soto zen Dogen, da qui c’è stata una molteplice e fulminea associazione per rimandi: mi è tornato in mente il libro di Uchiyama su Dogen e zazen e sulla sua esperienza in Cina.
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Anatta, ma il sé esiste o no?

self-portraitEsiste,
ma non è quello che tu credi che sia!

Anatta, il non-sé non è una negazione né tantomeno una affermazione contraria.
È un invito a esplorare la realtà per quello che veramente è nel qui è ora.
Il non-sé non sostituisce il sé!
Questa è la “via di mezzo”.

anatta non è la fine del sé, giacché non è mai esistito.
È la fine di identificazioni illusorie su un’idea costruita di sé.
La Via di Mezzo non è eternalista/assolutista e nemmeno nichilista.
Anche assolutismo e nichilismo sono identificazioni illusorie a idee. Continua a leggere

Breve storia della vipassana

chachArticolo scritto in collaborazione con http://www.centromeditazioneroma.it

VIPASSANA, BREVE STORIA:

‘Vipassana‘ può essere tradotto come “insight” (intuizione) o “conoscenza superiore”.
In questa forma insight è una parte centrale – e anche il culmine o apice – dell’insegnamento originale del Buddha.
Buddha parla soprattutto di comprensione delle tre caratteristiche universali (dette anche 3 segni o 3 caratteristiche dell’esistenza) Continua a leggere

Corso introduttivo di Vipassana (a Roma)

ruotaIn collaborazione con il Centro Meditazione Roma:

Corso introduttivo di Vipassana e meditazioni tradizionali buddhiste
VENERDI 9 GENNAIO – 30 GENNAIO ore 19,35 – 21,00
presso La Città dell’Utopia – via Valeriano 3 -metro B – San Paolo.
euro15,00
PRENOTAZIONE: Stefano: 327341097
stefano.ventura@gmail.com
www.centromeditazioneroma.it
https://www.facebook.com/CentroMeditazioneRoma
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