Anatta, il Non-Sé e la realtà… e le Stazioni Spaziali

Oggi è uscito un interessante articolo sul perché si fluttua nella stazione spaziale ISS secondo un testo scolastico. Presto la replica di Samantha Cristoforetti per correggere lo strafalcione del testo.
La risposta sintetizzata su La Repubblica: “La Stazione Spaziale è “un corpo in caduta libera che non raggiunge mai il suolo”. Perché la Terra è tonda, anche se c’è chi dopo secoli ancora non vuole crederci: “La stazione ‘cade’ continuamente verso il suolo ma il suolo ‘curva’ alla stessa velocità, spiega un tweet nella conversazione. È così che la Iss orbita intorno al nostro pianeta, a 400 km sopra le nostre teste e a più di 27 mila chilometri all’ora, facendo 15 giri della Terra ogni giorno. E per chi ci sta dentro è come stare in un ascensore che precipita, con il corpo che “resta indietro”: anche chi ha frequentato le giostre ha potuto fare una breve esperienza di quel fluttuare, che in orbita è continuo.”

La difficoltà nell’afferrare il concetto del Non-Sè, in lingua pali Anatta, è un po’ simile all’illusione che da terra avevamo di questa Stazione Spaziale ferma nel cielo a un passo dal Pianeta.
Crediamo di possedere un Sé forte, stabile, immobile, immutabile e incontrollabile, e invece il nostro Sé – o meglio gli innumerevoli processi che creano l’illusione “ottica” di un Sé solido – è in perenne caduta nel vuoto, proprio come la Iss. Proprio quel vuoto tanto caro allo Zen e al Mahayana. Che possiamo tradurre come “fenomeni e potenziali relazioni”. E il nostro Sé è in perenne caduta a 27mila km all’ora incontrando infinite possibilità che in ogni secondo possono modificare le nostre vite. Siamo in perenne caduta nel vuoto dalla nascita alla scomparsa, e non deve intimorirci… è la nostra natura, è sempre stato così, direbbe il Buddha. Ma come l’Iss compie 15 giri della Terra ogni giorno, anche la nostra identità ha dei riferimenti che ci fanno parlare di identità, appunto. Ma sono riferimenti mobili, come la terra, nel vuoto cosmico, e noi continuiamo a cadere senza perdere di vista la nostra identità.

Foto di Ashley Bean su Unsplash
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Vacuità tra Origini, Zen e Meditazione

schermata-2017-01-24-alle-12-22-24Ultimamente riesco a scrivere articolo dopo discussioni divampate amichevolmente in forum e gruppi facebook. Non mi dispiace, c’è molta aderenza a fatti e il lato nozionistico è meno vivo. Va bene, tuttavia potrebbe aumentare la difficoltà della lettura.

La vacuità, sunyata, in sanscrito, perché fa parlare alcuni maestri zen del tutto? Il sillogismo sarebbe: tutto è vuoto, vuoto è tutto, tutto quindi è ora, cioè niente prima e dopo ora, ovvero niente cause ed effetti.

Questo passaggio  è mezzo vero. Non lo è del tutto, ma la metà vera è utilissima.

Un passo indietro, vacuità è la contrazione di una frase più lunga, anche nel mahayana e quindi nello zen. La frase estesa è “vuoto di esistenza intrinseca”. E questo chiama in causa inevitabilmente cause ed effetto. Ovvero se non esiste intrinsecamente, di per sé, esiste perché sussitono cause ed effetto.

Quindi quando si parla di vacuità, si parla sempre di cause ed effetto.

C’è ora la mezza parte vera, quella della pratica. Lo zen, come dice il nome, è molto incentrato sulla meditazione e ancora meglio sull’assorbimento mentale. Tecnicamente sull’unificazione della mente nel momento presente.

Risiedere nel momento presente, escludendo causa-efffetto (non del tutto), è una forma di zazen, quella concentrativa, parallela alla samatha.

Quindi è molto proficuo nella pratica meditare nel momento presente senza causa-effetto per aumentare l’unificazione e la quiete.

Tuttavia la shikantaza, per esempio, che si dice sia una meditazione contemplativa senza oggetto, un oggetto ce l’ha, ed è proprio la vacuità.

Ora possiamo rivelare che la vacuità mahayana e la teoria dell’anicca e dell’anatta sono la stessa cosa.

Mentre anicca è impermanenza dei fenomi, quindi del lato oggettivo dell’esperienza, nel senso di oggetti, ciò che è altro-da-me… anatta è impermanenza dell’io e mio, quindi lato soggettivo.

Vacuità, che abbiamo detto ha la sua formula estesa in:  “vacuita di esistenza intrinseca di tutti i fenomeni”; vacuità è in realtà anicca e anatta, cioè unisce i due lati dell’impermanenza.

Ne deriva quindi che la vacuità, abbraccia TUTTO il complesso di tutte le possibili cause ed effetti di ogni fenomeno. Per questo si parla nel mahayana di TUTTO.

Quindi se lo zen dice di stare sul tutto nel presente, ha ragione. E se le altre scuole dicono di stare su cause e effetti, hanno ragione… e paradossalemente stanno dicendo esattamente la stessa cosa.

Un po’ come la luce – non a caso nel buddhismo ci si illumina – che presenta sia una teoria delle particelle sia quella delle onde Continua a leggere

Il terror vacuo di perdersi nel niente durante la meditazione

schermata-2017-01-03-alle-11-18-15Alcune righe su alcune problematiche delle meditazioni contemplative di visione profonda (vipassana, shikantaza ecc.).

A volte, queste tecniche possono dare la sensazione di un momentaneo annichilimento della mente. Un cadere nel nulla. Quasi un non esistere.

Sono passaggi segnalati già in testi antichissimi, e non bisogna temere nulla. Se non la spiacevole coincidenza di essere seguiti in una specifica terapia. La meditazione non è adatta a tutte le persone, quindi per evitare un acuirsi del problema affrontato con il terapeuta, è sempre bene sentire il suo parare prima sulla meditazione: se praticarla o meno.

Detto questo, tali momenti sono normali. In parte sono momenti in cui tocchiamo con mano la teoria dell’anatta, cioè sperimentiamo il famoso non-sé della tradizione buddhista. Ed è un momento che può dare slancio a una pratica ancora più proficua.

Altre volte segna semplicemente uno stand-by della proliferazione mentale, cioè la nostra mente che chiacchiera, chiacchiera e non riesce mai a starsene zitta.

E per noi contemporanei è abbastanza normale, perché siamo bombardati di stimoli e la mente ne è drogata. In assenza di questi, la mente va in astinenza. Ed ecco il terrore per il nulla, la cessazione dell’attività mentale.

Qual è il suggerimento? Dare meno importanza a queste chiacchiere e notare altre attività della mente che in effetti non scompaiono: la mente percepisce ancora il corpo, fastidi e dolori dovuti alla postura corretta, caldo freddo e umido, rumori di fondo, rumori stradali, vociare di persone, il respiro, la semplice percezione dell’esserci, così come il pensare o avvertire di esseri inghiottiti nel nulla… anche perché se così fosse, non ci sarebbero percezioni.

Quindi, state tranquilli. Nulla di nuovo. In realtà la mente sta tirando finalmente il fiato, sgombera di parole su parole su parole. Oppure siete nel pieno di una sintomologia dissociativa della personalità.
In ogni caso, la prima cosa è esplorare altre percezioni e stimoli per rassicurarsi che tutto funziona e ogni cosa è ancora al suo posto. Poi permanere e sperimentare questa situazione. Se il fastidio è troppo forte, smettere di meditare. E parlare con un maestro o istruttore di meditazione se seguite corsi meditativi.

Le Opinioni e l’egocentrismo

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Nel Sabbasava Sutta leggiamo:

“Questo si chiama, o monaci, vico delle opinioni, caverna delle opinioni, gola delle opinioni, spina delle opinioni, roveto delle opinioni, rete delle opinioni. Impigliatosi nella rete delle opinioni, o monaci, l’inesperto figlio della terra non si libera dal nascere, dall’invecchiare e morire, da bisogno, miserie e pene, da strazio e disperazione, non si libera, io dico, dal dolore.”

Il Buddha storico portava avanti una critica netta alle opinioni. Perché? Continua a leggere

Corso di Meditazione Vipassana a Roma

Schermata 2016-08-23 alle 10.28.28Riparte il nostro corso di Meditazione Vipassana, dal 14 settembre tutti i mercoledì dalle 19,30 alle 21,00.
Per principianti e meditanti navigati, aperto a tutti.
Presso La città dell’Utopia in via Valeriano 3f
A pochi passi dalla metro B San Paolo.
Per info:
stefano.ventura@gmail.com
budquot@gmail.com
* Il Primo Incontro è di Prova e quindi Gratuito!
La durata è di una anno, da Settembre a Giugno, ma la nostra politica è che potete venire, andarvene, tornare quando volete:
siamo un supporto e non un altro impegno.

Libri sul Buddhismo, quali leggere?

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Libri sul Buddhismo per una buona base conoscitiva:
1. Robinson H.R., La religione buddista: un’introduzione storica, Ubaldini Editore
è il miglior manuale in circolazione. questo da solo basta per poi muoversi con senso critico sul web e approfondire.
2. Williams P., Il buddhismo dell’India: un’introduzione completa alla tradizione indiana, Astrolabio-Ubaldini
3. Williams P., Il buddhismo mahayana: la sapienza e la compassione, Astrolabio-Ubaldini
e con questi due, finiamo la sezione manualistica.
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Buddha, Energia e Autostima

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Sappiamo che se la percezione è falsata, anche l’autostima è falsata.
Anche nel buddhismo ritroviamo, in una forma un po’ nascosta, il concetto di autostima e lo ritroviamo esattamente nella descrizione da parte di Śantideva, nel
Bodhicaryavatara, della pāramitā viriya (forza, energia):

  1. In possesso della pazienza bisogna coltivare la forza, poiché il risveglio ha, come base, la forza. Senza energia, infatti, nessun merito spirituale è possibile, così come, senza vento, alcun movimento.
  2. Ma che cos’è la forza? Energia nel bene. E quali sono i suoi avversari? L’indolenza, l’attaccamento al male, lo scoraggiamento e il disprezzo di sé.

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Vipassana, Shikantaza e Meditazione delle origini?

UID5677D882E9804_image_1L’etichettatura, qui sta una delle differenze maggiori tra un tipo di vipassana (non tutta la vipassana etichetta) e la shikantaza. Anche se nella shikantaza una “etichettatura” c’è sempre, perché comunque riconosciamo i fenomeni e i processi cui viviamo e assistiamo.
La vipassana che conosciamo oggi è un prodotto recente del primo Novecento. La shikantaza è ascrivibile al tredicesimo secolo. Credo che quando troviamo le parti in comune tra le due meditazioni, e nello specifico la vipassana con consapevolezza non riflessiva (vedi Sangha della Foresta), siamo vicini molto vicini alla meditazione praticata dal Buddha storico.
E la shikantaza e la vipassana su consapevolezza non riflessiva sono pressoché identiche.
E confrontate sia con l’anapanasati sutta ma soprattutto col mahasatipatthana sutta, troviamo forse altre conferme su una “meditazione delle origini”. E direi di confrontarle anche con “il piccolo discorso sulla vacuità” presente nel canone, dove sono esposte un po’ cripticamente samatha e vipassana.
 
 
La cosa che le accomuna, il tratto distintivo? la libertà di sperimentazione del meditante. Queste due forme di meditazione forse conducono alla libertà dal dukkha proprio perché danno al meditante una struttura fluida in cui sperimentare la propria strada liberamente.

Nel Buddhismo esiste l’affetto e l’attaccamento?

bambino-separazione-1La risposta breve è sì, perché quello che noi chiamiamo attaccamento non è l’attaccamento del buddhismo. E quando un buddhista dice di non attaccarsi a una persona, non dice che è sbagliato instaurare una relazione di affetto.

La risposta lunga che spiega meglio la questione eccola:
Il buddhismo ruota intorno a tre concetti: sofferenza (dukkha), impermanenza (anicca) e non-sé (anatta).

Impermanenza vuol dire che tutto muta: il mondo, gli altri, noi.
dal momento che mutiamo anche noi, la nostra identità non è monolitica e fissa ma risente del contesto, un po’ come l’acqua e la forma del contenitore che la ospita. Quest’ultimo è il non-sé, cioè bisogna mutare e si muta nonostante la nostra volontà in base al contesto e ai cambiamenti.
come si legano queste due cose con la sofferenza? Continua a leggere

Vipassana: un atteggiameto costruttivo?

RainNo, perché potremmo dire che decostruiamo l’esperienza del sé o identitaria, seguendo la teoria buddhista del Non-Sé, quella che in lingua pali è racchiusa nel termine Anatta. Decostruiamo quelle che Robinson chiama utili convenzioni sociali, cioè le sovrastrutture mentali grazie alle quali decodifichiamo il mondo. Decostruiamo la relazione tra noi e la sofferenza mentale per avere con essa un rapporto migliore e più accogliente per avere informazioni utili per gestirla e magari eliminarla, come ha fatto il Buddha.

Ma un rapporto migliore vuol dire anche costruire, quindi se prima abbiamo dato un NO, ora dobbiamo investigare il SI. E non sono pochi. Costruiamo un sentiero liberante dalla sofferenza, una buona relazione con il fatto che tutto sia fluido e nulla rimane com’è e soprattutto come vorremmo. Continua a leggere