Nel Buddhismo esiste l’affetto e l’attaccamento?

bambino-separazione-1La risposta breve è sì, perché quello che noi chiamiamo attaccamento non è l’attaccamento del buddhismo. E quando un buddhista dice di non attaccarsi a una persona, non dice che è sbagliato instaurare una relazione di affetto.

La risposta lunga che spiega meglio la questione eccola:
Il buddhismo ruota intorno a tre concetti: sofferenza (dukkha), impermanenza (anicca) e non-sé (anatta).

Impermanenza vuol dire che tutto muta: il mondo, gli altri, noi.
dal momento che mutiamo anche noi, la nostra identità non è monolitica e fissa ma risente del contesto, un po’ come l’acqua e la forma del contenitore che la ospita. Quest’ultimo è il non-sé, cioè bisogna mutare e si muta nonostante la nostra volontà in base al contesto e ai cambiamenti.
come si legano queste due cose con la sofferenza?

con l’attaccamento buddhista (upadana).

Ci sono tre tipi di sofferenza secondo il buddha:
1 La sofferenza sofferenza: io ti do un pungo e tu senti dolore. E il buddhismo non la cura.

2 la sofferenza per il cambiamento, cioè impermanenza.

3 La sofferenza per le condizioni che ci fanno essere, cioè non-sé.

Quando noi ci attacchiamo in senso buddhista, non si intende l’instaurarsi di un legame affettivo, per esempio verso un familiare, ma stiamo instaurando una forma di brama compulsiva che rende quel familiare un “oggetto” di soddisfazione dei nostri piaceri.

Vogliamo a questo punto che quell’ “oggetto” non muti (impermanenza) e che noi restiamo uguali, cioè non cambiamo in base al contesto (non-sé), per ripresentare sempre la situazione di godimento.

ma se quella persona “oggettivizzata” per esempio è il nostro partner e a un certo punto cambia (impermanenza) e non ci ama più, la situazione di godimento è compromessa. E se noi non modifichiamo il nostro approccio (non-sé) peggioriamo la situazione.

Il non-sé e questa bramosia compulsiva di fatto sono la stessa cosa: quello che noi chiamiamo egocentrismo.

La gelosia è una forma di passione egocentrica, il partner di fatto lo abbiamo trasformato in un oggetto di piacere: non è più un soggetto, una persona.
Se poi non ci ama più e noi non modifichiamo il nostro approccio egocentrico, si arriva anche alle estreme conseguenze degli omicidi passionali. Non è amore tra due soggetti, ma attaccamento egocentrico che trasforma l’altro in oggetto e come oggetto IO posso e devo fare quello che voglio.
Ci sono diverse sfumature, l’egocentrismo può essere più o meno marcato. ma è sempre veleno mentale.

Instaurare relazione di affetto con le persone invece è molto buddhista, avere cura di loro e del rapporto anche. Sentirsi tristi quando queste persone soffrono è buddhista, così come rallegrarsi della loro felicità. Non è buddhista attaccarsi alle persone trasformandole in oggetti, non è buddhista attaccarsi alla tristezza e alla felicità nostra e degli altri.

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2 pensieri su “Nel Buddhismo esiste l’affetto e l’attaccamento?

  1. Andrea Gemma ha detto:

    Sempre molto interessante quello che scrivi (permettimi di darti del tu). Con passaggi semplici e concetti basilari dipani i quesiti che si potrebbero avere. Nonostante quello che scrivi sia vero nella teoria del Buddhismo sono in disaccordo nella pratica della vita quotidiana. E’ normale che si provi sofferenza quando una persona con cui abbiamo instaurato una relazione d’affetto finisca, senza andare a scomodare gelosia o oggettivizzazioni della persona, sarebbe patologico il contrario (dato che di illuminati c’è ne son pochi). L’attaccamento Buddhista è molto più marcato di quello che intendo io effettivamente, tu parli di brama compulsiva, io parlo di Samsara, e finché sei lì va bene avere un lutto affettivo, a patto che poi ti ristabilisca emotivamente e l’esperienza ti abbia insegnato qualcosa in più verso te stesso ed il Cammino 🙂 Ciao!

    • buddhismoquotidiano ha detto:

      Ciao Andrea, giusti i rilievi che sottoponi. Sono costretto a usare sempre esempi di massima, quindi molto teorici e generalizzati.
      In teoria, un Buddha non dovrebbe provare sofferenza quando una relazione finisce. Per tutti gli altri vale quello che dici tu: un periodo di “elaborazione del lutto” dopo una storia finita è normale, così come una certa sofferenza. L’importante è proprio cercare di non attaccarsi troppo alla sofferenza per separazione e “lasciare andare” quella persona… per quanto difficile e doloroso.
      E anche qui siamo sulla linea di principio, a starci in mezzo in quei momento è veramente difficile. Il samsara è molto difficile.
      Quindi, anche se non sembra, il mio articolo è completamente d’accordo con la tua posizione.
      Un caro saluto e a presto.

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