Perché il presente aumenta la responsabilità?

Cats_atthe_BeachTempo fa al Centro Meditazione Roma, dove curo corsi di meditazione buddhista con un amico e psicologo molto preparato, ho raccontato dell’esercizio che faccio tutti i giorni quando cammino per andare a lavoro. Quando i pensieri partono in automatico e me ne accordo, li riporto alla presenza mentale. A questo punto questa costruzione di pensieri e idee strampalati crolla senza macerie e mi ritrovo a vedere vera strada, a sentire il traffico e i rumori, il fresco o il caldo dell’aria; ritorno al presente.

Pochi giorni fa mi trovavo sulla spiaggia, nella prima domenica di sole quasi primaverile. Un ottimo clima per la proliferazione mentale e il pensiero ruminante, quello che la tradizione chiama mente di scimmia, cioè la mente che si lancia con abilità da un pensiero all’altro, senza nessun fine, se non quello di evitare il presente. Molto suadente quanto infruttuoso, perché un po’ è vivere sulle idee e il pensiero invece di godersi l’infinità possibilità del presente.

Tengo a precisare che la maggiore possibilità della presenza mentale nel presente è la disattivazione del pilota automatico e quindi una maggiore libertà di scelta con una diminuzione della reattività cieca.

Dicevo, stavo seduto sulla spiaggia a fantasticare, come ogni momento di buon ozio insegna, e in un attimo ecco che mi accorgo dell’andare alla deriva di sogni ad occhi aperti e riporto subito la mia mente al presente.

Al presente della vista: vedevo tutto quello che c’era, così per i suoni e le sensazioni sulla pelle. Così come la tradizione buddhista asserisce che il Buddha storico con l’insegnamento della meditazione samatha che produce calma concentrata riesca ad affievolire ansia e torpore, desiderio dei sensi e avversione, il presente e la presenza mentale aumentano il senso di responsabilità personale perché vengono rimessi in gioco in confini identitari.
Quello che vedevo era parte di me, la mia vista comprendeva tutto quello che vedevo. Così per gli altri sensi.

Ovviamente il pensiero non è sempre un problema, e una piccola riflessione mi ha ancora di più aperto al presente: cioè quello che vedevo era parte di me, o meglio era parte del mio “vedere”, non c’era colui che vede da una parte e gli oggetti e le persone viste da un’altra, ma solo il vedere, che unisce soggetto e oggetto nell’atto di vedere.

Il ragionamento consapevole era questo: il mio corpo fa parte della cornice di quello che vedo, anche se non lo vedo. Non è un elemento al di fuori o distante, ma è uno degli elementi in gioco nel quadro percettivo. Inoltre tutti sappiamo che l’aria è un liquido, e questo permette le mirabolanti acrobazie del parapendio. E come io sono immerso nel liquido aria in una continuità indissolubile con tutti gli elementi della cornice visiva, il mio vedere mi rende parte e non artefice di tutto quello che c’è nel mio quadro.

E questo slittamento dall’artefice alla presenza partecipata mi ha disposto in uno stato di com-passione, e quindi di maggiore responsabilità. Io vedevo la mia responsabilità all’interno della cornice.

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