Shikantaza, Sé, Vuoto, Tempo e Particelle Subatomiche

particelle_subatomiche_8513Pochi giorni sono passati da una intensa seduta di meditazione, solo 40 minuti. Molto proficui. Spesso leggiamo manuali anche minuziosi su vipassana e samatha, mentre i testi zen sulla shikantaza rimangono un po’ sospesi, descrivendo più i benefici e spesso con un linguaggio sfuggente. Ovviamente il perché risiede nel fatto che noi siamo esseri sfuggenti, se non lo fossimo, non ci sfuggirebbe mai di mano il motivo della nostra sofferenza esistenziale. Dopo 20 minuti un primo insight, o meglio mi si è chiarito meglio il rapporto tra shikantaza e altre tecniche meditative: la shikantaza che non ha oggetto di meditazione ma è semplicemente “stare seduti”, cioè dare libero compimento al fatto che esistiamo nel qui e ora, di fatto è una tecnica che utilizza samatha e vipassana allo stesso tempo. Più approfondiamo la concentrazione, e invece di focalizzarci su una cosa per restringere l’analisi dell’esperienza, apriamo di più il nostro raggio fino a includere tutta l’esperienza percettibile (per quanto è possibile). Il “non-oggetto” di meditazione (ora parlo anche io in modo sospeso e sibillino come il buon zen insegna) è il processo attentivo stesso. Da qui una serie di insight progressivi, che per semplificare enumererò: 1 L’esperienza che più si avvicina, metaforicamente parlando, è il portale, non la porta con la tavola di legno che apre e chiude un vano, ma un portale, un vano aperto: due pilastri veritcali e una volta orizzontale a chiudere. Questo è quello che più mi sembra verosimile su che cosa è il nostro Sé durante l’esperienza meditativa: microcosmo e macrocosmo, esterno e interno sono continui. Il nostro Sé non è una COSA ma semplicemente un processo ponte alimentato da continui feedback dal mondo esterno e dal nostro interno emotivo e fisico. 2 Nella shikantaza non dobbiamo scegliere, perché non ha senso. La scelta è una costruzione mentale, esattamente come la volontà di controllo, il giudizio di valore, le aspettative e altri prodotti della nostra mente. E ogni costruzione mentale altera la seduta di meditazione. Ma a un certo punto, non sussiste nemmeno la scelta di scegliere o meno, perché c’è aderenza completa con l’esperienza: ovvero quello che c’è e percepiamo è sufficiente, non c’è bisogno di un Sé che sceglie, è come se la stessa scelta di scegliere fosse disattivata, perché quello che sperimentiamo ci basta. C’è tutto quello che deve esserci! 3 Questo mette in contatto con il concetto di vacuità, legato alla vacuità del Sé, ma i punti 1 e 2 già toccano questo argomento. Vorrei aggiungere solo la metafora dell’atomo: noi un po’ crediamo che il Sé sia il nostro nucleo, e nella meditazione mi è proprio venuta in mente l’idea del nucleo, uno spazio per lo più vuoto con diverse particelle subatomiche che grazie a forze di attrazione e interazione rendono stabile un processo naturale che noi chiamiamo nucleo, credendo che sia una cosa. Ma volendo, le particelle subatomiche che formano il nucleo, come i protoni… si dividono a loro volta in quark, e la cosa interessante è che i quark non si possono per natura isolare. Abbiamo quindi un nucleo di spazio vuoto ma carico di forze che consentono alle particelle subatomiche di non disgregarsi e perdersi ovunque. 4 Il porre l’attenzione costantemente sul presente è indispensabile, perché noi viviamo solo nel presente, e questo ci ricorda che noi e tutto ciò che esiste è “fatto di tempo”. Noi siamo Tempo, il nostro Sè di fatto è una storia, un lungo racconto costruito nel tempo, per questo non può essere una cosa, perché è tempo. Siamo insiemi o fenomeni equidistanti nel tempo: cioè processi. Per questo l’Equanimità è il valore fondamentale e fondativo della meditazione e anche la caratteristica principale di un Buddha, perché è la nostra vera natura: Tempo e Equanimità.

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