Anatta o Anatman, sicuri che il sé non esiste?

egoIl sé esiste, scopriamo perché.
Per comprendere pienamente i concetti chiave del buddhismo,
non possiamo escludere il contesto dei fatti. L’ambiente culturale e le nozioni che il Buddha storico aveva del sostrato religioso in cui si muoveva e viveva.

Ricordiamo che la tradizione o le tradizioni buddhiste tramandano l’insegnamento del Buddha,
ma non ne sono le artefici. O meglio, se è vero che il buddhismo è un working in progress in cui è
visibile il lavoro di molte personalità brillanti, è anche vero che il cuore degli insegnamenti
originali sono il frutto della mente di Siddhartha, il Buddha storico che diede origine a tutto.

Quindi ogni qual volta che la tradizione buddhista perde di vista le conoscenze del Buddha storico
che lo portarono a costruire il suo personale percorso di salvezza, può prendere una vera sbandata
e sbagliare strada.

Siddhartha, per motivi di nascita, era un persona colta, cresciuta nelle credenze cosmologiche del tempo,
ed era un conoscitore delle Upanishad e i Veda più in generale. In particolare conosceva a memoria due Upanishad,
una delle quali era la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad. Un passo di questa Upanishad racchiude tutto il concetto
cosmogologico e salvifico di questa tradizione religiosa, il passo dice che l’atman è il Brahman.
Dove per atman si intende il sé o anima personale e per Brahman si intende l’essenza di tutto ciò che esiste, l’essenza dell’universo.
E la salvezza la raggiunge colui che in questa vita comprende che il suo sé (atman) è identico a il sé del tutto (Brahman).

Con Il Buddha entrano in campo due aspetti che ribaltano questa posizione, il primo pratico e il secondo etimologico:

1 il Buddha sviluppa il suo pensiero in reazione alle religioni del suo tempo perché non ne vedeva un riscontro pratico.
Il motto del Buddha brevemente era “puoi conoscere solo quello di cui puoi fare esperienza”. E quando mette a punto
la sua particolare tecnica meditativa, prende la meditazione yoga, il metodo di indagine di questa, e lo raffina togliendo l’obiettivo finale dell’unione con il divino. Perché si accorge che nella meditazione la mente avanza una più intima unione con l’esperienza fenomenologica, cioè la realtà che tutti viviamo, ma che secondo lui poco penetriamo con la nostra mente.

1bis Da qui la sua domanda: dov’è questa anima personale (atman) che si ricongiunge all’anima universale (Brahman)?
Ma la domanda non è tanto dove fosse questa anima o meglio sé, perché lui lo vedeva e ne aveva perfettamente esperienza;
il Buddha non vedeva il sé delle Upanishad che è un qualcosa che sopravvive alla morte della persona, che nella religione a lui precedente era una vera monade, cioè una “ultima unità indivisibile”, mentre egli si accorse che nell’indagine meditativa il sé non era affatto una ultima unità indivisibile, ma osservandola si faceva chiara esperienza dei processi che lo compongono questo sé. Dunque con il Buddha il sé non sparisce affatto ma si prende atto del fatto che è una cosa composta. Come dire: se gli antichi credevano che l’arcobaleno fosse UNA COSA noi sappiamo che è un fenomeno causato da TANTE COSE (o cause), ma sia noi che gli antichi lo vediamo e lo percepiamo esattamente allo stesso modo.

2  La questione  etimologica è più breve e inappuntabile.
Come ha esposto chiaramente lo studioso di sanscrito e pali Gombrich, il termine Anatman o Anatta, cioè Non-Sé,
in origine, quando viene usato  all’inizio, è un tipo di parola composta che significa “Non-è-atta”, cioè “Non-è-sé”,
e non come traduce la tradizione ovvero “Non-ha-sé”.

Anatta significa che NON E’ IL SE’, e non che non esiste, che non c’è.
E che cosa NON E’ il SE’? non è il brahman.
In opposizione alle Upanishad e le credenze religiose del suo tempo.

Il Sé c’era e c’è, e come se c’è! Ma non è una monade e non è una porzione del Brahman.

Come detto, nel Buddha tutto è pragmatico e legato alla salvezza, cioè la fine della sofferenza,
e la differenza tra monade eterna e sé come processo era essenziale anche se sia i fautori
dell’una o l’altra posizione vivessero il sé allo stesso modo nella quotidianità.

Pensiamo a come in tempi arcaici alcune malattie (ad esempio forti infezioni) erano accreditate a monadi demoniache, cioè demoni.
Per curarle, un conto era ritenerle opere di un demone e applicare un inutile rituale, altra cosa è ritenerle
un processo con precise cause, decorso e soluzione, e curarle in quanto processo infettivo.

 

Note:
Le principali fonti di questo articolo sono: Gombrich, il pensiero del Buddha, Adelphi.
Come ogni studioso e testo, avanza tesi non accettate all’unanimità in ambito accademico.
Personalmente, reputo che qualora venisse dimostrata l’inesattezza o infondatezza delle fonti,
assimilare anatta, e dunque il sé del periodo in cui visse il Buddha, al nostro odierno sé, nelle sue vesti di sé sistema, sé rappresentazionale, sé esperienziale è un punto di vista inadeguato anche nell’attuale applicazione del buddhismo e soprattutto durante le pratiche meditative.

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Un pensiero su “Anatta o Anatman, sicuri che il sé non esiste?

  1. buddhismoquotidiano ha detto:

    Aggiungo qui una mia risposta a quesiti posti da un caro amico: quesiti che riguardano l’utilità del mio articolo, quanto sia utile una ricerca su questi argomenti sul web, se sia pericoloso o meno il punto di vista che espongo.

    ecco la mia risposta:
    Mi sembra evidente che il mio articolo non rientra nelle facili ricerche sul web perché si basa su testi, commentari cartacei e analisi linguista del canone pali.

    Non vedo come possa creare confusione un articolo che riporta dei fatti.
    La tradizione buddhista ha enfatizzato lo svuotamento del sé, tant’è che il sutra sulla caratteristica del non sé, a una analisi comparata della lingua, non è il secondo sutra, ma è molto più tardo. Quindi la tradizione, secoli dopo la scomparsa di Sakyamuni, ha di fatto “manipolato” il sutra riconoscendolo come secondo per dare più peso al concetto di anatta.
    Il sé è a-svabhava, come giustamente ricordi, ma tutti i fenomeni lo sono. Che importanza c’era allora di premere di più su anatta?

    Un’importanza soteriologica, cioè connessa alla salvezza.

    Prendiamo i due significati di “non-sé”, cioè”non-ha-il-sé”, “non-è-il-sé”:
    la prima significa che ci troviamo davanti una dottrina che prevede la mancanza di un sé;
    la seconda una dottrina che dice a un’altra che quello che riconoscono sia il sé, non lo è.

    Quando Sakyamuni esponeva la sua dottrina, non la esponeva ai buddhisti, perché non c’erano. Erano tutte persone legate alle religioni del tempo, quindi Veda, Upanishad, Jaina, Yoga ecc.

    Per molte di queste religioni, il Sé inteso come anima che individua una precisa persona, una volta deceduto il corpo, aveva la sua salvezza in mondo al di là, ricongiungendosi al tutto immanente.

    Sakyamuni a loro, su questa ipotesi di salvezza diceva: quello è anatta, quel sé “non-è-il-sé”.

    Per gli uditori del tempo, che credevano a quel sé che si ricongiungeva al Sé infinito di Brahaman, Buddha praticava” la dottrina che non ha il sé”, perché negava il loro concetto di sé.

    In Asia e anche in occidente, molti credono che il sé non esista per il buddhismo, molti buddhisti, tra l’altro. Altri addirittura dicono che il sé va trasceso per poi scoprire che nulla si è trasceso perché non è mai esistito.
    Questo secondo me è più pericoloso e fuorviante.
    Il sé è esattamente come una automobile, metafora resa possibile dal carro di Milinda e Nagasena. Una automobile la si guida concretamente, se ti investe di manda concretamente all’ospedale, se si rompe tutta o una parte, avviene concretamente e la si ripara concretamente.

    Il buddhismo non trascende il sé, non quello di sakyamuni, semplicemente prende atto che è un processo composto come gli altri, e questa conoscenza, perché la conoscenza libera nel buddhismo da qui prajna cioè gnosi – conoscenza, permette la riorganizzazione del sé.

    Il sé non è trasceso, perché non si va oltre esso, ma con esso.
    grazie al buddhadharma, si va con esso, con il sé verso la liberazione.
    ma un sé riorganizzato e valutato per quello che è, non perché è trasceso. Non si va oltre noi stessi verso il nirvana, si va con quello che siamo, cioè con SE’ stessi verso il nirvana.

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