Essere o non essere… buddhisti?

monksQuesto è il problema… oppure è un non problema?

In Asia i buddhisti si definiscono “seguaci del Dharma”, anzi, nemmeno seguaci, piuttosto “seguono”.

Che cosa significa essere buddhisti? Non ne ho idea. Se è vero che le opinioni creano attaccamenti, questo può essere un terreno sdrucciolevole.

Sakyamuni, il Buddha storico era buddhista? E continuando con domande volutamente paradossali: se l’assenza di io e mio è una delle caratteristica principali di questo sentiero, chi è che è buddhista se non c’è nemmeno la base individuale dove sistemare questa qualifica?

Certo, proseguendo in questa strada si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto. Ma sono riflessioni che non devono sfuggire a un praticante.

Se io dico che sono buddhista o cristiano o musulmano, compio una scelta netta, traccio un confine. Ma il buddhismo insegna che i confini sono convenzioni sulla mappa, se vado sul territorio quella linea non esiste. Il terreno presenta identicità e continuità al di qua e al di là di quel confine tracciato.
Se dico sono buddhista o marxista o agnostico, tacitamente compio un’affermazione, affermo che il percorso scelto da me è migliore o più utile degli altri, anche nella formula “migliore per come sono fatto”, in qualche modo affermo che per la storia incarnata e personale che rappresento, il sentiero che ho scelto ha maggiori effetti rispetto ad altri, ed è sempre una affermazione di superiorità, per quanto contenuta e personale.

Se il buddhismo è un cammino interiore, anche il cercare di incasellarlo come filosofia pratica o religione può dare luogo a forme di attaccamento, è un passaggio nel quale si definisce un’etichetta più precisa e qualificante rispetto “cammino interiore” che ha una dimensione più aperta e meno classificabile. Cammino interiore significa che anche il personale cammino di una singola persona ha pari dignità e soprattutto utilità di un cammino maggiormente condiviso e con un vasto seguito e riconoscimento.

Il buddhismo vive il grande paradosso di essere una religione centrata su una persona, e questo è un fatto su cui riflettere per la pericolosità e i rischi connessi. Nel buddhismo possiamo rintracciare la struttura di una filosofia pratica e di una religione, ma sia all’una sia all’altra serve poi un’etichetta: che tipo di religione, che tipo di filosofia? E poi un nome (buddhismo). Così il processo di identificazione, che è una forma di attaccamento già è in atto.

Il cuore degli insegnamenti non appartiene alla sfera religiosa, è tutto incentrato sulla relazione che l’essere umano ha con se stesso, gli altri e l’ambiente in cui vive. Nonostante ciò esiste una religione buddhista.

A queste riflessioni volutamente senza una risposta precisa ma con dubbi sospesi in aria, riporto un brano di un’intervista a Corrado Pensa su Yogajournal.it:

“”Essere buddhisti”, nel senso di essere dogmaticamente sicuri della superiorità del buddhismo, è una forma di ciò che il Buddha chiamava “attaccamento alle opinioni e ai punti di vista”. Quindi mi pare che, fino a quando non abbiamo deposto questa presunzione, non siamo nemmeno entrati nel cammino del Buddha. Se, viceversa, si segue appassionatamente il cammino interiore indicato dal Buddha, fondato su etica, meditazione e saggezza compassionevole, allora il fatto che ci si dica buddhisti o meno mi sembra irrilevante. Ci sono oggi in Occidente cristiani che percorrono la via del Buddha con molta più serietà di un buddhista “ideologico” e appagato dalle sue credenze. Così come si vedono cristiani ironici o critici verso il buddhismo pur essendo privi di qualsiasi conoscenza in merito. In realtà la questione di fondo è da sempre un¹altra: fino a che punto vogliamo dare priorità assoluta al cammino interiore lasciando così che esso riorienti radicalmente la nostra vita?”

Qui l’intervista completa yogajournal

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3 pensieri su “Essere o non essere… buddhisti?

  1. Steve ha detto:

    Molto interessante.
    Tuttavia potremo dare del’etichetta una seplice interpretazione strumentale, ossia pragmatica. Per intenderci qualcosa che serva grosso modo a orientarsi inun ambito di riflessione, critica, etica e pensiero. Uno strumento per raggruppare alcune “griglie di interpretazione dell’esperienza”. Al di là dell’indentificazione.

    Insomma considerare quest’etichetta niente più che un pezzo della zattera che può condurci all’altra sponda.

    Che ne pensi?

    • buddhismoquotidiano ha detto:

      penso sia la strada giusta. e credo anche sia un ottimo esercizio di pratica per allentare gli attaccamenti ai dogmi. lavorare sulla disidentificazione delle opinioni è indispensabile, passando poi da un credo sclerotizzato a una utile e indispensabile convenzione.

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