Siamo esseri umani o ruminanti?

atom-heart-mother-41Oggi vorrei parlare del pensiero ruminante, che in India paragonano a una scimmia che salta continuamente da una liana a un’altra. Proprio così noi passiamo da un pensiero all’altro senza nemmeno digerirlo completamente.
Avete mai fatto caso che quasi mai riusciamo a stare senza il ronzio del pensiero in testa? Camminiamo, guidiamo, e a volte anche in compagnia alterniamo la nostra attenzione alla conversazione ai nostri pensieri.

E un pensiero tira l’altro, si pensa al domani, a ieri, ma non si vive mai il momento presente. Esiste un pensiero presente, vi chiederete? Certo che esiste, c’è il pensiero per risolvere un problema, c’è il pensiero per le persone che ci sono vicine, il pensiero che produce condivisione e confronto. E il confronto è conforto.

Facciamo la maggior parte delle cose con una sorta di pilota automatico, e di sottofondo ci siamo noi con questo turbinio ininterrotto di pensieri.
Ma qual è il problema?

Il problema è che tutto questo pensare crea i nostri blocchi concettuali, non sono veri ostacoli, non esistono, ma quando ci troviamo davanti a una persona con la quale non condividiamo il punto di vista, ecco che sorgono questi ostacoli che ci dividono dagli altri, da un possibile confronto fruttuoso per quanto minimo e di poco spessore. Questi blocchi concettuali col passare del tempo diventano sempre più grandi e pesanti e creano un altro problema: non ci permettono di cambiare. Anche quando cambiare è per il nostro bene.

Quante volte ci siamo detti: “Sì, questa cosa di me è sbagliata ma non riesco a farci nulla?” E quello è proprio uno di questi blocchi concettuali, ma la cosa incredibile è che sono blocchi fatti di nulla, di soli pensieri!
Quindi il pensiero a volte non ci è utile ma diventa una vera schiavitù, ci fa credere che noi siamo il nostro pensiero, ma non è vero. Il pensiero tende a monopolizzarci, a farci credere che la nostra identità è un blocco granitico inscalfibile e immodificabile.

Il continuo pensare è quello che possiamo definire pensiero ruminante, idee che si affastellano a idee a informazioni a ricordi a emozioni a desideri a timori a pregiudizi che alla fine formano una grossa matassa, e poi diciamo: “Io sono quella matassa. La mia persona è questa matassa.” In questo modo creiamo una sorta di abito che indosseremo in modo soffocante o troppo aderente, trasformandoci nel personaggio tipico di quegli abiti. Mai noi siamo molto di più dell’abito che indossiamo.
Tuttavia quando dovremo cambiare i vecchi abiti del pensiero, non ci riusciremo. E paradossalmente ci ficcheremo in una serie di pensieri ruminanti per risolvere il problema di non riuscire a indossare abiti più felici. Il pensiero ruminante inizierà a macinare idee per risolvere la faccenda, ma è un trucco, perché tutte le soluzioni ragionate serviranno solo a intasare la nostra testa di possibili soluzioni che non applicheremo mai perché in fondo sappiamo che sono soluzioni inattuabili.

Invece la soluzione sta proprio nello smettere di utilizzare il pensiero ruminante, smettere di pensare, smettere di concentrarci accanitamente sul fare. Non dobbiamo far altro che smettere di scegliere, lasciare andare

Il problema sorto dai pensieri che non ci fanno cambiare non si risolve sommando altri pensieri (che è il pensiero ruminante), bensì lasciando andare questa modalità di pensiero per aprirci al momento presente, a come sono le persone e tutte le cose che ci circondano proprio in questo momento, al di fuori di come noi le vediamo, cioè di come le pensiamo e le abbiamo sempre pensate.

L’esperienza presente è più vasta della nostra capacità di pensare, di noi, degli altri e delle cose che compongono il nostro mondo.

Il presente è più vasto e sicuro del nostro più raffinato e utile  pensiero.

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