Desiderare è il problema?

BuddhasMessageIn questi giorni sto leggendo Buddha, Freud e il desiderio di Epstein. Per la seconda annualità (di molti anni fa) con Corrado Pensa alla Sapienza di Roma, chiesi come programma un approfondimento della psicologia transpersonale. E lo psichiatra-psicoterapueta Mark Epstein fu di gran lunga la lettura che più mi convinse. La transpersonale sembrava molto risentire dell’eccentricità degli anni Sessanta e della flower generation, anche se tutti gli autori che lessi erano preparatissimi e scrupolosi nella loro ricerca, una ricerca indirizzata alla sintesi tra psicologia occidentale e tecniche orientali di meditazione e non solo.

Riassumendo, in modo estremamente conciso da banalizzare il libro (e infatti consiglio di leggerlo), Epstein dice che nel buddhismo il problema non è il desiderio: Siddhartha quando si illuminò,  non comprese che il desiderio è il dolore e per liberarsi del dolore bisogna recidere il desiderio ma che il dolore nasce dalla brama e dallattaccamento, dal processo di oggettivazione, cioè rendere qualsiasi cosa o persona un oggetto atto a soddisfare i nostri desideri… e questa è la differenza tra bramare e desiderare.

L’indagine che conduce Epstein e le motivazione della sua teoria sono semplici: se come asserisce il buddhismo mahayana (vedi anche lo zen) che il samsara è il nirvana, cioè il mondo materiale e spirituale sono un unico mondo, significa che ogni problema nasce da quella che viene chiamata nel buddhismo visione duale: dividere la propria esperienza di soggetto da tutto il resto, quindi rimarcare la distinzione soggetto/oggetto. A questo punto ognuno di noi è l’unico soggetto mentre tutto il resto (cose e persone) sono infiniti oggetti utili per i nostri scopi e piaceri concupiscenti.

Ma noi  il desiderio, dice Epstein, non capendo che il samsara è il nirvana, lo viviamo in modo estremamente semplicistico, mentre ha un’identità molto complessa e paradossale: da un lato il desiderio mostra l’oggetto desiderato in modo manifesto, dall’altro ci spinge in una condizione ignota, l’oscura e insondabile dimensione dietro al desiderare… caratterizzata anche dall’impossibilità di prevedere le nostre azioni e reazioni per raggiungere l’oggetto del desiderio: un lato oscuro della nostra mente che ha a che fare proprio con il possedere quello specifico oggetto.

Spesso dietro il desiderare un oggetto specifico, dietro la volontà di possederlo, c’è una ricerca “primordiale” di unità. E anche questa è relegata nel lato ignoto del desiderare. L’insoddisfazione e il dolore non nascono dal desiderare l’0ggetto, ma dal fatto che non ci conduce a quel senso di unità che inconsciamente ricerchiamo e che crediamo porti alla fine delle nostre sofferenze. Il problema non è il desiderio né l’oggetto desiderato, il problema siamo noi.

E’ la nostra esperienza del desiderio ad essere complicata, paradossale e carica di sofferenza, restando interminabilmente affamati di continui oggetti per placare la nostra fame insaziabile, che è appunto la brama e non il desiderio.

Nello zen si dice che la condizione mentale da raggiungere è vivere il momento presente, quando mangi, mangia / quando siedi siedi: just sit. Una condizione difficile da raggiungere ma possibile, grazie agli insegnamenti del Buddha. Potremmo dire allora: quando desideri, desidera. Senza proiettarci sopra il nostro ego ipertrofico, senza volere l’appropriazione totale dell’oggetto, senza brama e attaccamento.

La cosa dolorosa e difficile del desiderio è saperlo lasciarlo andare una volta raggiunto l’oggetto che soddisfa quel desiderio. Anche il Buddha, una volta raggiunta l’illuminazione, una volta raggiunta l’altra sponda, la sponda della  consapevolezza ha lasciato andare la zattera.

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4 pensieri su “Desiderare è il problema?

  1. pietrochag ha detto:

    Grazie, bellissimo testo. Le difficoltà di percezione che abbiamo del desiderio, sono ben espresse, e la brama, che ci porta a possedere ad ogni costo o quasi, dimostra proprio la nostra ricerca di completare qualcosa in noi con un oggetto che pensiamo ci manchi. Senza, stiamo nella sofferenza. Ma anche con l’oggetto, non terminiamo di volere. La brama è difficile da superare.
    C’è comunque un altro modo, nel buddhismo, di affrontare questi ostacoli, ed è il Tantra Vajrayana, scuola spesso tacciata di non essere ‘vero buddhismo’ ma è una via che affronta questi ostacoli in maniera del tutto diversa.

    • buddhismoquotidiano ha detto:

      Grazie a te per la lettura e il commento!
      il buddhismo vajrayana, da cui il tantra, è una delle rispettabilissime scuole buddhiste.

      Ho dimenticato di mettere nell’articolo che lo spazio tra il lato noto e oscuro del desiderio, e lo spazio tra il desiderare e l’oggetto del desiderio, sono l’area del nostro intervento consapevole. E’ in quello spazio che si gioca la nostra sofferenza o benessere, la comprensione che per raggiungere l’equilibrio (equanimità) si deve individuare, comprendere e accettare il disequilibrio.

      Tutte le scuole buddhiste, non solo la vajrayana, permettono di affrontare il desiderio, forse quest’ultima ha un metodo più “diretto” o esplicito.

  2. ROBERTA ha detto:

    CIAO SONO ROBERTA CABELLA IO SONO BUDDISTA DA 22 ANNI POSSO SOLO CONSIGLIARTI DI LEGGERE DEI LIBRI DI DAISAKU IKEDA , I DIECI MONDI, FELICITA` IN QUESTO MONDO, I DESIDERI TERRENI SONO ILLUMINAZIONE………..E TANTI ALTRI FORSE TROVI LE RISPOSTE CHE CERCHI.
    CIAO ROBY

    • buddhismoquotidiano ha detto:

      ciao roberta, ti ringrazio per l’intervento, ma il mio punto di vista e i miei studi vanno in direzione diametralmente opposta al pensiero di ikeda. comunque ti ringrazio per la pazienza di avermi letto e soprattutto la gentilezza per i consigli. un caro saluto

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