In metro con l’intolleranza al difetto

intolleranza al difetto. vipassana, mindufulness   Qualcuno avrà letto gli articoli sulla meditazione nel trasporto pubblico e quelli con il mio amico/a Effe.

Ho unito le cose,  e con Effe ho fatto provare la meditazione leggera nel trasporto pubblico. Questa cosa mi è venuta in mente dopo un discorso sull’estetica del sesso opposto a quello di Effe, fatto da Effe. Praticamente un elenco del tipo: fisico statuario, tono muscolare e parametri assurdi su quanto quell’osso si deve vedere o quel muscolo sporgere in base al peso.

Parlando di queste cose in parte divertenti (per me) e in parte folli (per tutti compreso me), mi è tornato alla mente quello che per me è il problema fondamentale delle persone: l’intolleranza al difetto.

Di come il difetto sia visto come un problema, ma questo è vero in parte, perché se il problema è la nostra vera natura non si tratta di un problema. Perché un problema per essere tale deve avere una origine e una soluzione. Se non troviamo mai una soluzione al nostro problema esistenziale, allora la questione si sposta sull’accettazione come cura. Non c’è niente da risolvere, ma da accettare.

Allora io ed Effe siamo saliti in metro e gli ho detto di chiudere gli occhi e concentrarsi sul respiro. Una cosa leggera, insomma. Non è andata male. Come ha preso confidenza sulla metro, ho chiesto ad Effe di concentrarsi in modo diffuso e senza scendere in profondità su i diversi suoni contemporaneamente. Doveva “catturare” l’effetto di suoni, rumori, parole, dialoghi e mormorii tutti insieme, nel momento presente. E limitarsi a registrare quando da questa selva di suoni, avvertiva la scomparsa, la fine o delle modifiche dei suoni che percepiva.

Dopo due fermate Effe mi ha detto che era da impazzire, che era snervante. Ho spiegato a Effe che era da impazzire perché lui stava cercando una “soluzione” per tenere sotto controllo la selva di suoni. Per Effe il fatto di non controllare quel turbinio era dovuto a un difetto, pensava: se non riesco o mi stressa è perché c’è un difetto (in me o nel contesto).

Allora ho detto che se c’era un difetto, c’era una soluzione. E ho chiesto come avrebbe risolto, forse  era una soluzione chiedere a tutti di stare zitti cosicché Effe avesse meno suoni da controllare?

Con Effe abbiamo analizzato la situazione e non c’era soluzione se non quella di accettare l’impossibilità di controllare tutti quei suoni.

Effe ha ripreso con questo nuovo intento a stare con i suoni, dopo un po’ non gli davano più fastidio. Ha detto che è stato come una liberazione, e quel turbinio non è scomparso ma è diventato un interessante tappeto di suoni variabili, e perfino rilassanti!

Il nostro problema maggiore non è il difetto, bensì la nostra intolleranza al difetto,  a prescindere che il difetto sia nostro o nelle cose che ci circondano.

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