Mindfulness: meditare sulle emozioni (parte 1)

11365873-japanese-mask-kobesimi-and-otobide--an-illustration-of-the-encyclopedia-publishers-education-st-petePer prima cosa ricordiamo la corretta posizione: seduti comodi su un cuscino o una sedia, le gambe possono essere incrociate, ma anche seduti su una sedia con le gambe ben perpendicolari al pavimento; la schiena non deve poggiare e deve essere dritta, con il mento leggermente in dentro per allineare la colonna anche nella parte del collo, le mani una sull’altra e entrambe in grembo.

la durata: partire da 5 minuti, aumentando di 2 o 5 minuti fino a un minimo di 30 o 40 minuti. Almeno una volta a settimana.

Che cosa si fa: si presta attenzione al respiro, o nelle narici dove entra ed esce o nel diaframma che si contrae. Ogni pensiero che vi distoglie dal respiro deve essere riconosciuto e abbandonato gentilmente per tornare al respiro. Quando la mente è ben stabilizzata sul respiro e le distrazioni cessano o sono minime, iniziamo a “sentire” il nostro stato emotivo, senza giudicare, senza reprimere, come se fosse un dialogo con un amico o un nemico dove è importare ascoltare senza rispondere o reagire.

Che cosa sono le emozioni: per prima cosa hanno una funzione evolutiva, sono utili anche quando straziano, sono stati mentali e fisiologici che hanno a che fare con la nostra struttura psicolofisiologica e sono una “risposta” a stimoli che vengono da noi o dagli altri.

A che cosa servono: sono una specie di reazione automatica, un pilota automatico, con cui rispondiamo agli stimoli, per sveltire  delle risposte utili alla nostra sopravvivenza. Spesso questo è un lavoro al di sotto della soglia cosciente, altrimenti non sarebbe un pilota automatico. Le emozioni sono anche degli “emoticon” che segnalano agli altri come ci sentiamo al momento.

Le emozioni primarie sono: rabbia e paura, tristezza e gioia, sorpresa e attesa, disgusto e accettazione.
Quelle secondarie: allegria, vergogna, ansia, rassegnazione, gelosia, speranza, perdono, offesa, nostalgia, rimorso, delusione.

TORNIAMO ORA ALLA MEDITAZIONE SUL RESPIRO E INIZIAMO LA PRATICA!

Per prima cosa dobbiamo lavorare con le emozioni che si attivano sotto la soglia cosciente, l’esercizio di prima serve a questo. Stare sul respiro cacciando le distrazioni ci permette di sentire il frastuono sordo delle nostre emozioni. Quando la mente è stabile sul respiro, possiamo andare a cercare dentro di noi il nostro stato emotivo.

La seconda cosa da fare è imparare a stare con questa emozione, perché in genere siamo noi a spingere inconsciamente le emozioni dolorose o fastidiose sotto la soglia cosciente, e il motivo è perché fanno male. Ma ora dobbiamo stare con questo dolore, senza giudicarlo e stando viso a viso aspettando che ci spieghi le sue ragioni.

La terza cosa da fare, dopo un po’ di questo “dialogo” con l’emozione, è dare un nome. Dobbiamo dare o chiedere il nome dell’emozione. Dare un nome implica una minore presa dell’emozione su di noi, ma anche una maggiore sofferenza.

La quarta cosa è accettare questa sofferenza, il piatto in gioco è la fine di questa sofferenza. Una volta che conosciamo il nome della sofferenza, sempre concentrati sul respiro e quando il dolore è forte, distrarsi dall’emozione e tornare al respiro, perché il respiro è la nostra base sicura, l’oasi capace di far sopportare il dolore. Se il dolore è troppo forte si smette di meditare e si rimanderà quando ci sentiremo pronti.

La quinta cosa da fare, che in realtà si deve fare in ogni fase, è stare con l’emozione con mente non giudicante. Non giudicare serve per prima cosa a far parlare l’emozione, a dirci da dove viene e perché è venuta. E poi serve a non colpevolizzarci, dal momento che l’emozione è una nostra reazione.

Se c’è un crogiolo di emozioni, identificate quella più grande, in genere è il mandante delle altre, e fate come nei passi precedenti.

Il dare un nome, accettare la presenza dell’emozione, non giudicarla e farla parlare, porta l’emozione sopra la soglia della coscienza, e permette di riprendere il controllo e lasciare un momento il pilota automatico. Evitare, in certi casi, la reattività delle emozioni disinnesca la risposta agli stimoli non consapevole a anche tutta una serie di eventi ed emozioni concatenanti che si abbattono su di noi come una slavina.

Quali sono i frutti di questo esercizio: disinnescare la risposta automatica, controllare le reazioni, imparare a stare con il lato scuro di se stessi, diminuire l’intolleranza al difetto, imparare a riconoscere il nostro stato emotivo prima che si instauri e quindi ragionare sull’azione che faremo senza reazione cieca e avendo più lucidità per trovare una buona soluzione. Col tempo questi frutti e una pratica sempre più affinata aiuteranno a sciogliere i nodi degli stati affettivi negativi pregressi, individuare quegli stati emotivi che abbiamo “scelto” ma che portano a vicoli ciechi e piano piano modificarli. E a diminuire il carico di sofferenza accumulato negli anni a causa degli stati emotivi negativi, nonché l’angoscia e l’ansia associate.

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