Mindfulness: la pigrizia, gli affetti e il sé

Ultimamente ho iniziato a meditare con un amico di vecchia data, che chiamerò per riservatezza Effe, dall’iniziale del suo nome, senza specificare se è uomo o donna.

Effe, incuriosito dalla vipassana (e dalla sua ansietta cronica e senso di insoddisfazione), mi ha chiesto di meditare insieme, ogni tanto. Effe è un persona molto pigra e preferisce lampi creativi alla costanza.

Una volta a settimana ci sediamo uno accanto all’altro e meditiamo per venti minuti, che sono anche tanti per cominciare. L’ultima volta che ci siamo incontrati per praticare è stata molta fruttuosa, perciò ho chiesto ad Effe se potevo scrivere un articolo, e lui ha accettato.

Da un po’, dopo una fase introduttiva di meditazione di quiete (samadhi), per raggiungere una certa stabilità della concentrazione, ho chiesto ad Effe di dirigere la sua attenzione sulla cosa che, anche senza un nome preciso, durante la seduta meditativa avvertiva come un “difetto eccessivo“.
Nelle prime sedute Effe sentiva una sorta di insoddisfazione caratterizzata in un fastidio diffuso nell’addome. Spiegai ad Effe di stare su quel fastidio, senza giudicare e senza trattenerlo o scacciarlo, perché presto avrebbe rivelato il suo nome. Dare un nome è una tecnica buddhista che allenta la presa di un problma e ammorbidisce le resistenze.

Effe in questo modo scopre il nome del fastidio e mi dice, piano, durante la meditazione, “pigrizia“. Dice che come è sbocciato fuori quel nome, chissà da dove, ha sentito dei brividi correre lungo la schiena e incoronargli la testa, con un aumento di calore. Ho spiegato a lui che sono normali stati estatici della pratica che poi passano, ma probabilmente sottolineavano l’esattezza della sua intuizione: un giusto insight.

Ho invitato Effe a concetrarsi sulla “pigrizia” con mente non giudicante, per fare in modo che questo stato negativo, con la gentilezza (e fermezza) rivelasse altre connessioni. Qualche seduta dopo a “pigrizia” ha aggiunto “inconcludenza“, “infantilità” e “noia“. Le prime tre hanno qualcosa in comune, allora ho consigliato di dirigere la meditazione sulla noia, e la cosa è diventata più chiara. Effe ha parlato dell’annoiarsi, del rinviare le cose perché lo annoiano, si annoia delle responsabilità, si annoia a fare le cose quando vanno fatte.

Il discorso filava, e prendeva un certo senso. Abbiamo continuato a meditare insieme, ed Effe poteva farlo da solo senza ascoltare le mie indicazioni di base. A un certo punto mi ha detto: “gli affetti, è tutto negli affetti”. Dopo la seduta ne abbiamo parlato, ed Effe mi ha detto che la pigrizia, l’inconcludenza e la noia sono legate al fatto che lui è sempre stato abituato, in quanto il più piccolo della casa, a non avere responsabilità e non fare mai nulla: c’era sempre qualcuno che pensava a lui e per lui. Effe crede di aver capito che dal momento che ha sempre ricevuto affetto dalla famiglia anche se lui non faceva mai niente… è come se il non fare niente fosse il suo modo di stare al mondo per ricevere affetto, come se facendo e prendendosi responsabilità non potesse avere in cambio affetto. Effe era abituato ad avere affetto in cambio di niente.

Al che mi è venuto in mente “il ciclo dello svantaggio” di Holmes, e sorridendo, un po’ come battuta di spirito, gli ho detto che mi sembrava un po’ “un ciclo degli affetti“. Effe ha sorriso dicendo che il suo Sé era costruito su pigrizia, inconcludenza e noia perché incentrate su un “ciclo dell’affetto svantaggioso“, e per rimuovere questo Sè autoreferenziale e centrato su questi aspetti negativi aveva bisogno di disciplina.

Rimasi stupito e ammirai il suo approccio alla mindfulness

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3 pensieri su “Mindfulness: la pigrizia, gli affetti e il sé

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