Le (tre) radici di ogni male, dolore e angoscia

 

Nella tradizione buddhista si parla di 3 radici del male.

1. La brama o attrazione (raga),
2.  avversione (dosa),
3. confusione-illusione (moha).

Tutto ciò che è sofferenza,  insoddisfazione, ansia e angoscia esistenziale, dalle piccole afflizioni alle situazioni più penose, originano dalle tre radici del male. L’antidoto risiede nel coltivare i loro opposti: assenza di desiderio  o brama (che non vuol dire distacco dalla vita), assenza di odio, assenza di illusione.

L’insegnamento buddhista sulle radici di ciò che è sano e insano non si fonda su un principio di autorità, perché come tutto il messaggio del Buddha, deve poter avere sempre un riscontro pratico e non dogmatico.

L’attrazione (raga) è attivata da un senso di mancanza cronico e non è correlata agli oggetti desiderati, che vuol dire che non c’è una cosa che può soddisfare il nostro desiderio di possesso. E spiega anche l‘ansia cui noi non riusciamo a trovare una spiegazione o quel senso di insoddisfazione costante che tanto ci addolora.

L’avversione (dosa) anche è una reazione al carattere insoddisfacente dell’esistenza e al desiderio frustrato, per cui raga e dosa sono le due facce di una stessa medaglia. La psicologia buddhista ritiene che la disperazione, la paura, la depressione, l’ansia, il disappunto, l’invidia, la gelosia, la tristezza rientrino tutti in questa radice del male. Per quale motivo? perché questi stati emotivi nascono per l’avversione verso quelle persone o quelle cose che non ci consentono di avere quello che vogliamo.

L’illusione (moha), per la psicologia buddhista è uno stato di confusione e ignoranza che crea un attaccamento cieco a false opinioni e a dogmi. Fondamentalmente, si tratta di non vedere la realtà così com’è.

Gli Antidoti:

L’assenza di attrazione, è quel preciso stato mentale che permette di scorgere l’impermanenza e la transitorietà di tutti i fenomeni e di tutti i piaceri.

L’assenza di avversione aiuta a comprendere la sofferenza e a non provare avversione,  non provando avversione vediamo il dolore degli altri e comprendiamo che la nostra avversione è una reazione all’insostenibile stato insoddisfacente della vita.

L’assenza di illusione dovrebbe fronteggiare ed eliminare false opinioni, false credenze e anche la paura della morte, perché l’assenza di illusione svela che il vivere e il morire sono momenti di un unico processo.

Non a caso l’illusione è la radice del male più difficile da fronteggiare ed eliminare, non solo perché è alla base delle altre due radici, ma anche poiché un individuo in preda all’avversione può accorgersi della nocività di questo sentimento e così vale anche per l’attrazione, ma non si accorge della propria illusione. Una volta illusi si crede all’illusione, tant’è che, quando essa è assente, desiderio e odio non si manifestano.

Abbiamo detto che l’illusione maggiore è quella che non fa vedere l’assenza-di-sé, la sofferenza e l’impermanenza. Quel che si ignora sono le Quattro Nobili Verità.

E le quattro grandi “illusioni”, o “distorsioni” della realtà (vipallāsa) consistono nel:

1. confondere ciò che è permanente con ciò che non lo è,
2. la felicità con la sofferenza,
3. la purezza con ciò che non è puro,
4. un sé con esistenza intrinseca.

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