Mindfulness nel trasporto pubblico

In questi giorni sto sperimentando una meditazione leggera tra un viaggio metropolitano e l’altro. Ho notato alcune cose interessanti.

Per prima cosa,  preciso che pratico un mix flessibile tra samadhi e vipassana, lasciando al momento quale modalità utilizzare, considerati la stanchezza e il luogo affollato.

Mi concentro sul respiro,  fondamentalmente, come da buona pratica meditativa, ma senza un’eccessiva concentrazione, altrimenti la confusione mi innervosirebbe vanificando la vipassana.
Mi concentro sul respiro e sui suoni, e sulla metropolitana ce ne sono molti. Quando mi distraggo o mi accorgo di divagare, dai suoni torno al respiro, e ritrovo un giusto raccoglimento e punto la mia attenzione di nuovo vigile ai suoni.

Quello che ho notato è una netta diminuzione dello stress, non della stanchezza fisica, ma anche questa si sopporta meglio… come la piacevole stanchezza dopo lo sport.

Ho notato un distacco da sensazioni e sentimenti negativi/nocivi. Con una maggiore presenza e obbiettività. A un certo punto quella sensazione negativa, che sia desiderio sensuale, rabbia, risentimento, da dentro di me è come se si stagliasse di fronte a me. E la sensazione è quella di quando hai un qualcosa dentro che ti causa dolore e poi quella cosa te la tolgono:  il dolore non c’è più.  Certamente non c’è un improvviso benessere, perché la sensazione negativa ci ha lasciato da troppo poco tempo.

Poi ho finalmente capito non concettualmente ma esperenzialmente quando in alcuni testi buddhisti si dice che non c’è un ascoltatore, ma c’è il suono, cioè tu non senti te che ascolti, che sarebbe appunto l’ascoltatore, ma ascolti il suono. Questo passaggio, nei testi, mi è sempre rimasto un po’ ostico e con una certa parvenza mistica o esoterica. Ma mentre praticavo come ho detto, io sentivo i suoni, non avvertivo me stesso che sente i suoni, ma c’erano i suoni, c’era certamente la mia consapevolezza affinata dalla meditazione e poi i suoni.

Potrebbe sembrare un passaggio di poco conto, ma questo attesta un allentamento dell’egocentrismo.
Nel buddhismo,  il dolore che ci procuriamo da soli nasce da un sé ipertrofico, cioè troppo ingombrante. Per capirci, nell’espressione colloquiale, quando parlando senti l’altro che dice: “io qua, io là”, quello è un io ipertrofico.
Rendersi conto dei suoni, senza un sé che li ascolta, allenta le maglie asfissianti del sé. Ma attenti: non nego un processo consapevole, la mia persona continua ad esistere, e lo testimonia la consapevolezza che coglie questi suoni. Ma l’esperienza è quella del “esistono i suoni” e non de “IO sento i suoni”.

La cosa più divertente è stato l’accorgersi dell’allentamento dell’abitudine. Infatti, trovandomi poi a guidare nel centro di Roma, mi sono accorto di come riuscivo a vedere monumenti e vie con gli occhi del turista, come fosse la prima volta. Ho sperimentato l’emozione del visitatore che vede per la prima volta una città con le sue meraviglie.
In questa giornata di pioggia, il Muro Torto, le antiche mura di età repubblicana, con il muschio e la folta edera, con di fronte il verde di Villa Borghese, erano emozionanti… e non mi sembrava Roma, nonostante passi per questa via diverse volte a settimana.

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