Che cos’è l’attaccamento – parte 2

1attacNel precedente articolo abbiamo detto che il buddhismo purifica il desiderio, ma da cosa?

Che cos’è che è purificato? È purificata la percezione del sé, nel senso che il desiderio non influenzato dall’egocentrismo  è un desiderare che porta il bene a se stessi e agli altri, mentre un desiderio egocentrato porta il male a se stessi e agli altri. Possiamo quindi intendere l’attaccamento come un sinonimo del sé egocentrato. L’attaccamento infatti sorge se è sorto l’egocentrismo. L’attaccamento è il costante bisogno di avere una cosa, è una forza accumulatrice indipendente da specifici oggetti da desiderare, è una inclinazione sempre presente e costante, non è tanto il “desiderio di” ma il “desiderare compulsivo”.

Il desiderare compulsivo maschera il senso di vuoto. Ma l’errore è vedere il senso di vuoto come un male, invece è un bene e sembra un male perché la nostra percezione è sbagliata. Il buddhismo cerca di correggere questa percezione. Quel vuoto in realtà è molto più ricco del nostro semplice sé, perché in quel vuoto ci siamo noi e tutti gli altri, è il cuore del sé relazionale, aperto all’esperienza della realtà. Il timore di quel vuoto  nasce da un retaggio culturale sgabliato, dove il sé separato dagli altri è un bene e bisogna quindi separarlo per rafforzarlo, ma il vero rafforzamento di quel sé è rimetterlo in relazione con gli altri. La vera solitudine, il vero senso di vuoto è questo sé separato dagli altri.

Per comodità chiamiamo il desiderio egocentrato, quello cattivo, brama.

Conformemente alla dottrina dell’originazione dipendente, secondo cui tutti i fenomeni sono allo stesso tempo causa ed effetto di altri fenomeni, il sé alimenta brama e attaccamento e queste due alimentano l’illusione dell’esistenza del sé unico e separato. Per eliminare l’attaccamento, bisogna recidere la brama, e una volta cessati questi due veleni, scompare anche il sé. La liberazione passa inevitabilmente attraverso l’estinzione della brama, dell’attaccamento e del sé; per i pensatori buddhisti la liberazione avviene quando finalmente ci appaiono evidenti i segni dell’impermanenza e riusciamo ad accettarla.

 Brama e attaccamento sono un tentativo per rispondere all’angoscia e all’ansia esistenziale, un tentativo disperato per nascondere il problema dietro l’illusione della felicità ottenibile per mezzo di continui godimenti momentanei.

Analizziamo bene quel che avviene comportandosi in questo modo: una prima fonte di stress e dolore è l’affannosa ricerca di un oggetto di godimento, altra frustrazione è insita nella necessità di mantenere il godimento e l’oggetto, inevitabilmente l’oggetto avrà fine e si esaurirà il piacere e a questo punto il dolore per la nuova perdita è anche maggiore di quello della mancanza e della ricerca dell’oggetto. Cosa fanno, dunque, brama e attaccamento? Inanellano tutta una serie di piaceri effimeri, ma in questo modo l’individuo conoscerà ancor di più la caducità, l’insuccesso e l’insoddisfazione.

Per i buddhisti si può gioire degli oggetti materiali e mentali, tenendo sempre a mente l’impermanenza dei fenomeni e l’inconsistenza di un sé: quando è presente un oggetto che noi amiamo, non dobbiamo cercare di trattenerlo perché trattenere non è conoscere, non dobbiamo sforzarci di preservarlo dalla futura cessazione.

Quando c’è l’oggetto, godiamo dei suoi benefici, quando viene a mancare, vengono meno anche i suoi benefici, ma se non c’è attaccamento non saremo patologicamente infelici. Questo non vuol dire che non dobbiamo coltivare interessi: se nel nostro giardino ci sono piante di cui amiamo la presenza, certamente dovremmo curarle per mantenerle in buona salute, ma non dovremmo affliggerci quando appassiranno. Se ci sono difficoltà nell’accettare la fine delle cose e anche la nostra fine, il motivo è che è stato instaurato il sé, ed il sé è brama e attaccamento, e l’angoscia è attaccamento patologico e compulsivo a un sé che non esiste come noi lo intendiamo.
Aprendo il sé agli altri e alla realtà dell’impermanenza angoscia e ansia si attenuano.

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2 pensieri su “Che cos’è l’attaccamento – parte 2

  1. buddhismoquotidiano ha detto:

    Dipende dal tipo di attaccamento di cui stiamo parlando. per esempio, secondo Bowlby, il teorico dell’attaccamento nell’ambito della psicologia dinamica, esiste l’attaccamento che caratterizza una relazione buona e sana e la dipendenza che specifica una relazione con problematiche. Così la dipendenza di Bowlby corrisponde all’attaccamento buddhista e sono fonte di dolore.

    Se quindi abbiamo una dipendenza nel senso di Bowlby, la mancanza è inerente all’affettività o alla relazione affettiva. Potrebbe riguardare anche problematiche che rientrano in un approccio più clinico di quello di Bowlby, sempre di ambito psicologico.

    dal punto di vista buddhista, l’egocentrismo è mancanza, il mancato riconoscimento degli altri nella costruzione del proprio sé. quindi l’egocentrsimo (buddhista) è indubbiamente collegato a un senso di mancanza. Questo processo può minare il rapporto di relazione, ma il problema, se questo attaccamento alla persona lo è, potrebbe avere un’altra natura che esula dal buddhismo.

    per il buddhismo, sia gli oggetti sia le persone rientrano in un discorso fenomemico, cioè sono fenomeni o più fenomeni che nel loro dinamismo sincretico originano una struttura complessa e olistica (vedi l’essere umano). quindi potremmo avere un “attaccamento” purificato dai desideri egoistici che io direi di chiamare, più che attaccamento, relazione affettiva, per distinguere una modalità problematica (l’attaccamento) da una sana (la relazione affettiva).

    se due persone vivono una comune simpatia non esiste di per sé un problema. gli esseri umani devono avere relazioni affettive, possibilmente sane, ma bisogna stare attenti a non trasformare quella persona in un oggetto di investimento del desiderio di possesso o dell’egocentrismo.

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