Concetto chiave per capire l’angoscia: l’assenza del Sé 2

Bene, nel precedente articolo, sull’assenza di sé, si sono dette alcune cose importanti per capire la sofferenza e l’ansia di vivere secondo il punto di vista buddhista. Ora vorrei soltanto provare a chiarire meglio il concetto forse più complesso del buddhismo. Nel buddhismo c’è chi vede l’assenza di sé come una vera assenza di un io o un sé, e se parlate con queste persone, vi diranno che non c’è niente, che anche voi siete un insieme di fenomeni e basta (corpo, sensazioni, pensiero, volontà ecc.). Un secondo gruppo ritiene che il Buddha non ha detto proprio che non esiste il sé, piuttosto che quello che la gente comune ritenga sia il sé non lo è. Senza dire poi che cos’è questo sé che tutti hanno confuso. Il buddha poi negherebbe il sé ma non la persona, e la persona è quello che siete voi.Le tesi del primo gruppo mi sono abbastanza oscure anche dopo 14/15 anni di studi. Cerchiamo di capire le ragioni dei secondi. Dire che non c’è il sé, o meglio che quello che tu pensi sia il sé non lo è, e poi dire che c’è la persona potrebbe voler sottolineare che il sé, in qualche modo è un “centro di potere”, la persona  invece è una identità con un certo valore sociale. E’ qualcosa di più “anonimo” e meno definito del sé, la  persona e può essere concepita come convenzione sociale, come il nome “rosso” che diamo a quella particolare tonalità di colore, ma se cambiamo il nome la tonalità non cambia. E’ solo per capirci, insomma. Invece il sé non è visto come una convenzione, ma è sentito come la nostra più profonda essenza, è la nostra torre di controllo e il nostro centro operativo ma anche di potere. Non esiste una frase con “persona” che abbia lo stesso valore di questa: “pensa solo a sé“,  “lo fa solo per sé“. Sentite che significato c’è dietro? Anche se portiamo il paragone con “pensa solo alla propria persona”, il senso è un po’ affievolito, il senso di possesso o di egoismo è meno marcato. E comunque dobbiamo rafforzare “persona” con “propria”, e l’aggettivo “proprio”  significa “che appartiene a qualcuno“, una specie di sinonimo della parola “sè”. Abbiamo visto nei precedenti articoli che l’angoscia esistenziale, l’ansia di vivere e il mal di vita (che sono una sola cosa) nascono dalla divisione del nostro sé dagli altri. Più aumenta la divisione, più siamo egocentrici e più la nostra angoscia aumenta. Questo significa, come dice la moderna psicologia, che il sé è relazionale, cioè risente del contesto e degli altri. Un concetto così tecnico era difficile da elaborare 2500 anni fa, quando sorse il buddhismo. Ma il concetto di assenza di sé non è lontano da quello del sé relazionale, anzi. Per il Buddha, che evitava di generare negli altri qualsiasi forma di attaccamento morboso e compulsivo alla vita*, era meglio dire che quello che credi sia il sé non lo è, e non dirti lui cosa sia esattamente, perché la natura della mente umana è di attaccarsi compulsivamente a idee, concetti e anche affetti:  si sarebbe rischiato di passare da un attaccamento morboso all’altro. Per concludere, il rischio è che il sé sia un qualcosa che attiri l’egocentrismo, questi aumenti il distacco con gli altri e la frittata è fatta, si innesca l’angoscia perché si è divisi con tutti e tutto. L’assenza di sé era un buon concetto o stratagemma per evitare tutto questo, in modo che i discepoli di allora e le persone oggi non confondessero e non confondano il sé, questo centro di controllo, con un’entità ben definita, perché i suoi confini sono così mutevoli che corrispondono alle relazioni che abbiamo con le persone che conosciamo e si modificano ancora quando conosceremo altre persone. Se pensi che il sé è un qualcosa di ben delineato ecco innescarsi l’egocentrismo e via fino all’angoscia. Il nostro Sé non è una cosa ben definita, ma si definisce ogni giorno, ogni momento. * attaccamento morboso e compulsivo alla vita è già angoscia esistenziale, è la stessa cosa. Lo vedremo meglio più avanti

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