Concetto chiave per capire l’angoscia: l’assenza del Sé

Nel secondo discorso del Buddha, il Discorso sul contrassegno del non-sé, l’Anattālakkhana Sutta, egli dice:

“O monaci, la forma materiale [la forma fisica] non è il Sé . Se la forma materiale fosse il Sé, questa forma materiale non condurrebbe all’afflizione, e della forma materiale si potrebbe dire: ‘La mia forma materiale sia così, la mia forma materiale non sia così’. Ma poiché la forma materiale non è il Sé, essa conduce all’afflizione, e della forma materiale non si può dire: ‘La mia forma materiale sia così, la mia forma materiale non sia così”.

La sensazione non è il Sé […].

La percezione non è il Sé […].

Le formazioni  non sono il Sé […].

La coscienza  non è il Sé […].

 

La parola buddhista per assenza di sé è anattā, ed è composta dal prefisso privativo an- e dal termine attā (sé, anima). Dunque possiamo tradurre anattā con “non-anima”, “senza anima”.

Nei sutra ciò che è chiamato comunemente “sé” viene scomposto nei cinque costituenti individuali. Così facendo il Buddha volle ricondurre lo sguardo dei discepoli su quello che egli riteneva fosse il sé: un insieme interattivo di elementi che esistono e sono attivi nello stesso tempo, e per questo motivo creano l’illusione di un sé separato e unitario. Proprio come l’esperimento della ruota fatta di spicchi colorati che se fatta girare velocemente diventa bianca: i colori scompaiono e si vede solo il bianco, ma quel bianco è un’illusione ottica dovuta alla velocità di rotazione di quei colori, la realtà è che quell’unico colore è dato da diversi colori in azione nello stesso tempo.

La liberazione dalla sofferenza, secondo il buddhismo, avviene quando si lascia andare ciò che si  crede sia il sé. Gli aggregati psicofisici, che compongono il sé come i colori formano il bianco, non conducono alla felicità ma alla sofferenza, poiché non sono sotto il nostro controllo e sono destinati a svanire. Nessuno ha pienamente il controllo di se stesso, se non ci credete provate a dire: da oggi non soffrirò più, sarò sempre sereno. E’ impossibile.

Il Buddha inoltre dice che neanche un solo aggregato psicofisico preso da solo è il sé, e non specifica mai se ci sia o no un vero sé. Questo perché la liberazione è la conseguenza dell’abbandono della brama e dell’attaccamento nei confronti di nozioni, cose, affetti, persone e processi fenomenici. Qualsiasi designazione di un sé avrebbe generato attaccamento malsano a tale sé. Tuttavia il Buddha dice che esiste la persona, nega il sé ma non la persona, ma la persona è un’insieme di cose, proprio come la melodia di un concerto che è data da decine di strumenti, nessuno dei quali da solo o insieme ad altri riesce a creare  la melodia dell’intera orchestra.

E’ importante ricordare che per il buddhismo l‘assenza di sé è una cosa buona, la cosa cattiva è farsi confondere da tutti gli elementi che costituiscono la nostra identità (la nostra storia, la memoria, il nostro pensiero, la nostra volontà è così di seguito) e credere che questa identità sia il Sé. Ma perché è un pericolo? perché poi questo Sé diventa terreno fertile per l’egocentrismo, e si crea una frattura troppo netta tra il nostro Sé e gli altri. E saremo portati a fare azioni che feriscono gli altri anche se non ne traiamo un vantaggio reale. Ma soprattutto perché la divisione che compie questo sé con gli altri è la cosa che crea l’angoscia esistenziale e il mal di vita. La nostra ansietta quotidiana che non riusciamo completamente a comprendere nasce perché abbiamo creduto all’esistenza di un Sé separato dagli altri e da tutto, e a questo punto ogni nostro pensiero è rivolto a soddisfarlo, ma l’unica cosa che chiede il Sé è aumentare il distacco dagli altri. Sembra dirti: ” aumenta il distacco e ti farò più felice”. Ma in realtà la nostra ansia esistenziale è data dal fatto che ci manca un rapporto migliore con gli altri: è l’esatto contrario!


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