Concetto chiave per capire l’angoscia: l’impermanenza

1angosciaYad aniccam tam dukkha: ciò che è transitorio è sofferenza. Questa formula la incontriamo facilmente nel canone buddhista, nei commentari e negli innumerevoli testi di approfondimento più recenti. Analizziamo meglio la sofferenza causata dal cambiamento, o impermanenza. Il concetto di impermanenza buddhista, è un concetto relazionale e relativo: prevede relazioni tra tutti i fenomeni e quindi questi si relativizzano. Non è la testimonianza di un mondo caduco, bensì di un mondo in trasformazione e anche la morte allora è una fase di questo processo di trasformazione.

Purtroppo le persone in questo particolare periodo storico, quello del mondo contemporaneo, non sono abituate a pensare in termini di impermanenza, quindi non sono assolutamente capaci di accettarla. Questo crea un grande attrito emotivo, una grande sofferenza interiore che è appunto l’ansia di vivere. La prima forma di impermanenza che rifiutiamo è la nostra, cioè la nostra fine, e da qui è tutto un gioco a scendere fino a tutte le piccole cose quotidiane. Non si accetta un elemento distintivo dell’esistenza, che le cose cambino e cessino: e questa è l’impermanenza. Un elemento distintivo della vita come l’ossigeno per l’atmosfera, senza impermanenza non ci sarebbe l’esistenza, perché un ingrediente fondamentale dell’esistenza è il mutamento.

Alcuni si potranno chiedere: perché impermanenza e non transitorietà? In genere i termini buddhisti sono sempre in forma negativa, anche il nirvana è una parola al negativo, il suo significato è estinzione. Infatti, diversamente da quanti credono che il nirvana sia qualcosa di simile al paradiso, in realtà è l’estinzione della sofferenza, del mal di vita. Chi lo raggiunge non va in un regno celeste, ma è una persona che ha sconfitto la sofferenza su questa terra. Per questo il Buddha è detto l’Illuminato.

La nostra analisi sulla fine in generale e sulla nostra in particolare è incompleta, ma lo è perché la nostra conoscenza sull’argomento è incompleta e lo resterà sempre. È questo profondo spazio ignoto che spaventa tutti, credenti e non credenti. Scrive Buddhadasa ne Il cuore dell’albero della bodhi:

“Noi moderni riempiamo di confusione la stanza del morente, la affolliamo di medici, lo seppelliamo sotto cibo, medicine e iniezioni. La nostra agitazione getta il malato nell’ansia e nella paura, e non ha modo di raggiungere la pace mentale. Non sa come dovrà morire, e spesso non gli si dice neppure che sta per morire. È consegnato al dubbio, all’ansia. In queste condizioni, non avrà modo di sperimentare la vittoria sulla morte, non potrà realizzare il vuoto e l’estinzione senza residuo in punto di morte.”.

Nella tradizione buddhista estinzione senza residuo vuol dire che la persona non si reincarna più perché ha vinto il karma e la morte. Sconfiggendo ogni paura e dolore non ha più bisogno di tornare a soffrire nelle diverse forme di vita scelte dal karma.

Purtroppo per liberarsi dalla sofferenza generata dall’impermanenza, non dobbiamo eliminare questa, ma il nostro modo di pensare che non ce la fa accettare.

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