Concetto chiave per capire l’angoscia: la sofferenza 2

L’analisi buddhista del termine e del concetto di sofferenza individua tre diversi aspetti:

1. la sofferenza comune

2. la sofferenza prodotta dal cambiamento

3. la sofferenza inerente agli stati condizionati

Il primo esempio, ci spiega Paul Williams ne Il Buddhismo dell’India, è dolore nel senso letterale. Possiamo ampliare questo angoscioso campionario con le sofferenze provate con la malattia, la vecchiaia e la morte, o, ancora, con il disagio provato con la frequentazione di persone spiacevoli.

La seconda forma di sofferenza è correlata al cambiamento che genera dolore, per esempio il passaggio da una situazione piacevole ad una spiacevole. Oppure la sofferenza dall’aver perso una forma di successo e così via.

La terza forma è un attacco al nostro concetto di sé o io: è la sofferenza dovuta al credere che il sé sia una “cosa” sola. per comprendere meglio questa parte, dovremo attendere un articolo sul concetto buddhista di assenza di sé. Per ora diciamo che credere che il nostro sé sia indipendente dal contesto e dagli altri crea una forma di sofferenza legata all’egocentrismo; capire che il sé è una convenzione utile ed è costituito da più “parti”, compresa la parte degli altri (persone a noi vicine o lontane) invece ci libera da una fetta enorme di angoscia e sofferenza. Questo potrebbe essere un concetto  contrario a una psicologia che mira a rafforzare alcune strutture (o processi)  dell’io, come ad esempio quelle consce su quelle inconsce. Ma, come spesso avviene nel buddhismo, assistiamo a un gioco dei contrari, dove ciò che sembra buono non lo è, oppure un gioco di specchi, dove alcuni concetti sembrano contrari perché visti dall’altro lato ma in realtà sono coincidenti o simili.

Se il primo tipo di dolore era una condizione di sofferenza oggettiva, il secondo scaturisce dall’impossibilità di prolungare le condizioni piacevoli. La frustrazione nata dal piacere perduto identifica questa seconda tipologia di sofferenza.

La terza forma è più difficile da afferrare, e forse è quella più trattata nel buddhismo, una forma di sofferenza legata a quel che crediamo di essere o che sia il nostro sé. Più avanti vedremo da dove nasce questa idea pericolosa, come si rafforza e i suoi subdoli inganni. Possiamo dire che se nella seconda sofferenza perdiamo “qualcosa”, nella terza c’è l’angoscia di perdere “se stessi”. Angoscia che, come nel sintomo nevrotico, nasconde la vera fonte del dolore con trabocchetti come il senso di colpa, l’ansia esistenziale, la paura della morte, e la spasmodica e frustrante ricerca del senso della vita. E tutto questo perché in realtà, secondo il buddhismo, noi abbiamo gia perso “noi stessi”, il nostro sé. Per il momento diciamo soltanto che il sé è una struttura relazionale, cioé esiste perché in relazione, l’egocentrismo invece nega questa relazione dando più importanza al sé e questo crea tutta l’angoscia di questo mondo.

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