Che cosa fare con l’ansietta e il mal di vita

Nelle lezioni che ho seguito con tanto entusiasmo del prof. Corrado Pensa, me ne restarono alcune impresse in modo particolare.

In una di queste spiegava come la tradizione buddhista affronta particolari e dolorosi stati emotivi con il “Dare un nome“. La semplicità di questo approccio mi lasciò di stucco.

Spesso dentro di noi ci sono dei sentimenti dolorosi che non riconosciamo, non sappiamo che cosa sono, che cosa vogliono e quando finiranno. Sappiamo soltanto che ci danno sofferenza.

La prima cosa da fare è Dare un nome. Bisogna prima riconoscere il “nemico”, poi imparare a conoscerlo. E per imparare a conoscere ci vuole pazienza. Per cercare di lasciarci alle spalle questa sofferenza dobbiamo dargli la giusta attenzione, il tempo e l’ascolto che serve.

(ho parlato di nemico per spiegare un concetto. Non c’è un nemico, anche perché il proprietario dell’ansia è colui che la prova e ne soffre. Il nemico sarebbe chi soffre, e non è un buon atteggiamento)

In genere, nei momenti più acuti del mal di vita ci sale la rabbia, la frustrazione. Questo alimenta l’ansia e il mal di vita. A me non piace parlare di energia, preferisco le informazioni: quando l’ansia di cui non conosciamo le cause aumenta ci si arrabbia di più, perché a questa informazione sul dolore ne segue un’altra vuota, senza spiegazione. Un po’ è come se una persona indirizzasse la sua mala lingua su un un nostro punto debole. Questo ci fa arrabbiare, ma la rabbia cresce ancora quando chiediamo spiegazioni e questa persona non ce la dà. Resta ferma davanti a noi senza dirci perché ci sta facendo del male. E questo è un atteggiamento che fa esplodere la nostra avversione.
Bisogna lavorare sulle informazioni che abbiamo nel “qui e ora” della sofferenza.

Nei momenti in cui la morsa dell’ansia stringe di più, dobbiamo fermarci e sentire questo dolore, perché la sofferenza parla se ascoltata, fa invece più male se la contrastiamo con rabbia o snobbandola, facendo finta che non esiste.

Quando l’ansia o l’angoscia si fanno sentire, è arrivato il tempo di soffrire. Ma non per masochismo, deve essere l’occasione giusta per capire il nostro dolore. Non bisogna innescare reazioni, ma fortificare l’intento per uscirne fuori. E la forza è pazienza.

Ovviamente non bisogna guardare  la sofferenza negli occhi e sfidarla a ogni costo, potrebbe essere una catastrofe. C’è il dolore e noi gli diamo il suo spazio, restiamo insieme, con pazienza aspettiamo che passi cercando di capire perché è venuto, e quando ritornerà ricominciamo da capo. Col tempo qualche buona informazione per uscire dal tunnel uscirà fuori, e in quel momento bisogna essere forti e decisi e sfruttare quell’informazione per abbandonare l’ansia, l’angoscia, il mal di vita.

Bisogna dare alla sofferenza il giusto spazio, e il giusto spazio è quello che noi possiamo offrire in quel preciso momento: se abbiamo poco diamo poco, se abbiamo tanto diamo tanto. Non bisogna sforzarsi eccessivamente. Dobbiamo dare quello che abbiamo al momento, sforzandoci di dare un po’ di più la prossima volta. Deve essere una via graduale che tiene conto delle nostre possibilità.

Evitare reazioni cieche e rabbiose, evitare di caricarci troppo dolore dentro.

L’ansia di cui sto parlando è quella dell’articolo L’origine dell’angoscia esistenziale.

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